martedì 20 dicembre 2011


Magre da morire: che cos'è l'anoressia nervosa?

23-06-2011 / SALUTE / ILARIA PAOLI
LUCCA, 23 Giugno - Il termine “Anorexia Nervosa” è stato utilizzato per la prima volta nel 1874 da uno dei più famosi chirurghi dell’epoca, l’ingleseWilliam Withey Gullper indicare la sindrome di dimagrimento auto-provocato. Ma in realtà, il primo caso di Anoressia Nervosa fu registrato dal medico inglese Richard Morton con la famosa descrizione di una duchessina diciottenne che si era ammalata nel luglio 1684 e che morì quattro mesi più tardi: “ebbe la totale scomparsa delle mestruazionii… cominciò a mancarle l’appetito… non ricordo di aver mai visto, in tutta la mia pratica, un essere vivente così emaciato dalla consunzione (come uno scheletro appena rivestito di pelle) eppure non v’era febbre, anzi al contrario una freddezza in tutto il corpo…”.
Oggi l’Anoressia Nervosa è un disturbo purtroppo molto noto, infatti, esso rappresenta un grave e diffuso problema soprattutto tra le adolescenti. Si calcola che solo in Italia su 100 ragazze tra i 12 e i 25 anni, 8 o 10 soffrono di un disturbo del comportamento alimentare, di queste almeno 1 o 2 presentano le forme più serie di anoressia o bulimia nervosa.
Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV-TR, 2005) dell’American Psychiatric Association descrive questo disturbo con questi criteri diagnostici:
A.   Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l'età e la statura (per es. perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità a raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).
B.    Intensa paura di acquisire peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
C.    Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso.
D.   Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.
Sottotipi:
con abbuffate / condotte di eliminazione: nell’episodio attuale il soggetto ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).
con restrizioni: nell’episodio attuale il soggetto non ha presentato abbuffate o condotte di eliminazione.
Questo disturbo presenta moltissime difficoltà e problematiche particolarmente gravi.
Ha una lunga durata di malattia, si calcola, infatti, che nei casi più severi per ottenere una guarigione completa sono necessari dai cinque ai dieci anni.
Presenta il tasso di mortalità più alto tra tutti i disturbi psichiatrici (dal 3 al 18% dei casi).
Le azioni d’intervento per questa malattia sono molto complesse e non del tutto definite, sia da un punto di vista teorico e tecnico, che in termine di pianificazione di servizi. Sono, infatti, pochissimi in toscana i reparti o i centri di salute mentale dell’Azienda U.S.L. attrezzati ad accogliere questa problematica, ed è recente la notizia che sarà aperto uno specifico centro residenziale di cura in Versilia, ma solo tra sei mesi. 
Questo disturbo è considerato molto pericoloso, non solo per la sfera psicologica o per l’elevato rischio di mortalità, ma anche per le conseguenze di ordine medico che crea secondariamente e che a volte segnano la paziente per tutta la vita soprattutto se l’esordio della malattia è negli anni dello sviluppo.
Una scarsa crescita dell’ossatura sia in lunghezza che in robustezza, quindi, una statura inferiore o frequenti fratture ossee, sono le conseguenze della osteoporosi, originata dalla mancata assunzione di lattici e alimenti ricchi di calcio. Non solo, la malnutrizione, i comportamenti purgativi e il vomito autoindotto provocano altre gravissime complicanze mediche come: infezioni, alterazioni ormonali, squilibri elettrolitici, ipotermia e disidratazione, anemia, alterazioni immunitarie, insufficienza renale, diabete, ipotensione, aritmie, bradicardia, riduzione delle dimensioni del cuore, erosione esofagee, danno epatico e danno pancreatico.  
A livello psicologico c’è un’elevata comorbilità (ossia coesistenza di due o più patologie) con altri disturbi psicopatologici, anche se a volte è difficile comprendere se questi sono già presenti o secondari, ossia conseguenti all’anoressia. Tra questi i più gravi sono la Depressione, i disturbi di Ansia, i comportamenti ossessivi e compulsivi, i disturbi della concentrazione e altri problemi cognitivi, i sintomi psicotici, l’isolamento sociale, l’irritabilità e infine i tentativi di suicidio e il suicidio.
Uno degli aspetti che rende tanto insidiosa questa malattia è che, la paura di ingrassare non si attenua con il dimagrimento, ma al contrario, paradossalmente, tende ad aumentare con la riduzione del peso. Frequentemente si presentano comportamenti patologici come l’esercizio fisico eccessivo, il confronto continuo con lo specchio, con la taglia dei vestiti e con la bilancia in particolar modo.
Col peggiorare del disturbo si manifesta una vera e propria ossessione per il cibo, che condiziona completamente la paziente. Essa, infatti, può collezionare ricette, passare ore a mangiare il cibo tagliato in pezzettini minuscoli, contare le calorie ingerite e quelle consumate, passare ore a cucinare ricette elaborate e raffinate. Una lunga serie di ritualità mentali e comportamentali che ruotano intorno al cibo, ma non alla propria nutrizione.
L’immagine corporea assume per queste pazienti la base sulla quale costruire i propri livelli di autostima, quindi la forma del corpo, il peso e la magrezza estrema sono obiettivi fondamentali: la perdita di peso è vissuta come una conquista straordinaria, ottenuta con una ferrea disciplina di cui essere fiere, mentre l’aumento di  peso, come un’inaccettabile perdita delle capacità di autocontrollo, quindi come un motivo di profonda delusione e insoddisfazione di sé.
Nell’Anoressia, il livello di autoaggressività è altissimo, ed è calcolabile dalla frequenza di suicidi, tentati suicidi, dal negare i livelli di emaciazione estrema, dai comportamenti compulsivi e dall’uso di rimedi estremi come uso eccessivo di lassativi, il vomito autoindotto, lo sforzo fisico estremo, il rifiuto ad alimentarsi.
Alcuni autori, a causa di queste caratteristiche, hanno definito, la stessa Anoressia Nervosa, un comportamento autolesivo (Van der Kolk, 1991).
Una caratteristica determinante è la negazione della malattia, intesa come difficoltà a riconoscere i sintomi come segni di un disturbo. La paziente, infatti, vive i comportamenti di restrizione alimentare, di controllo e le gravi conseguenze di queste sulla propria salute, non come una difficoltà o una malattia, ma come un tentativo di risolvere i propri problemi. E questo costituisce un motivo per cui le pazienti anoressiche non richiedono quasi mai un trattamento e se lo fanno su pressioni dei familiari, la loro motivazione al cambiamento è tipicamente molto scarsa.
Per una giovane con anoressia nervosa, il cibo è uno strumento per acquisire una fittizia sicurezza circa la propria forza di volontà e la capacità di autosufficienza di fronte al difficile mondo delle relazioni interpersonali. Il cibo è elemento integrante nella relazione di attaccamento e accudimento, ossia è la rappresentazione di un bisogno primario che per lungo tempo nella nostra vita non è stato possibile soddisfare da soli. Riuscire a fare a meno di questo bisogno, ossia, non assumere cibo, è per l’anoressica, la più grande dimostrazione di volontà, d’indipendenza e di autosufficienza nei confronti delle figure significative della propria vita. Insieme a questo, anche il controllo maniacale delle quantità e delle qualità rappresenta una modalità indispensabile per assicurarsi un senso di autonomia e indipendenza dai rapporti interpersonali.
Il trattamento dell’anoressia nervosa, essendo questo un disturbo molto complesso, richiede la strutturazione di un’équipe multiprofessionale composta, oltre che dallo psicoterapeuta, anche il medico curante, un nutrizionista e uno psichiatra per la eventuale terapia farmacologica. Quando lo stato della paziente è a un grave stato di malnutrizione, con relativi effetti sulla salute fisica, deve essere preso anche in considerazione un eventuale ricovero in reparto specialistico. La cura delle complicanze mediche della malnutrizione deve essere considerato ad ogni passo della psicoterapia.
La cura degli aspetti medici e nutrizionali sono fondamentali, ma al fine di modificare il comportamento alimentare e la percezione che la paziente si è costruita di se stessa, è necessario un percorso psicoterapeutico focalizzato sull’acquisizione di una più profonda conoscenza di sé e dei propri aspetti emotivi e cognitivi. Una maggiore consapevolezza di sé consente, ad ogni individuo, innanzitutto, di riconoscere i propri meccanismi cognitivi ed affettivi disfunzionali e quindi facilita il cambiamento di questi, ma inoltre, favorisce, una migliore autonomia e autoefficacia, ossia, una integrazione dinamica delle capacità e delle conoscenze rispetto a se stessi e al rapporto con gli altri. 
Leggi anche: Aprirà in Versilia un centro residenziale di cura per anoressia e bulimia

Violenza di coppia: profili e caratteristiche psicologiche di chi aggredisce

27-12-2010 / SOCIETÀ / ILARIA PAOLI
LUCCA, 27 dicembre - La violenza domestica o violenza di coppia è il comportamento abusante di un partner in una relazione intima quale il matrimonio o la convivenza. Essa si esprime in molte forme, quali l’aggressione fisica, minacce di aggressione, intimidazione, controllo, stalking, abusi sessuali, trascuratezza, deprivazione economica e isolamento.
Il fenomeno è purtroppo molto vasto. La maggior parte degli studiosi che hanno cercato di definire l’entità del problema rilevano che, per una donna, il rischio di subire violenza da parte di un compagno o da un altro membro della famiglia sia molto più elevato rispetto a quello di essere aggredita da uno sconosciuto.
Nello specifico della violenza di coppia è interessante andare a scoprire qualcosa di più di chi opera violenza sul partner.
Innanzitutto non è corretto parlare di violenza di genere perché come esistono uomini violenti, esistono anche donne violente, che possiedono medesimi connotati caratteriali e sviluppano medesimi meccanismi e livelli di violenza. A differenza degli uomini hanno diversi modi di esprimere la violenza anche a causa di una minore forza fisica. Le donne possono, come per l’uomo, infliggere violenza psicologica, denigrazione, umiliazioni, manipolazione  e controllo attraverso ricatti subdoli come quello, ad esempio, di depositare false denunce di violenza sessuale sui figli.
Le proporzioni del fenomeno, però, sono estremamente diverse: nell’almeno 90 per cento dei casi di violenza, l’autore è un uomo. Per questo motivo quando si parla di violenza di coppia o violenza intrafamiliare, anche se approssimativamente, si parla di un uomo che maltratta una donna.
Non esistono delle tipologie di individui che maltrattano la partner, esistono diverse modalità di aggressione per specifici profili  psicologici. Ovviamente esistono profili di personalità come quello antisociale in cui l’uso della violenza è molto frequente ed è  rivolta non solo alla partner, ma anche all’intero contesto.
Una delle tipologie più insidiose e diffuse di maltrattamento domestico si verifica attraverso un  processo di plagio e autore di questo meccanismo distruttivo è solitamente un soggetto caratterizzato da un profilo di personalità patologicamente narcisistica.
Brevemente il plagio  può essere descritto in due fasi : la fase della seduzione, in cui la donna viene agganciata attraverso l’illusione di un amore idilliaco, e quello della sottomissione, del “lavaggio del cervello”,  caratterizzato da sistemi che vanno a erodere la libertà e l’autostima della donna, che perde gradualmente lo spirito critico per potersi proteggere da un uomo che le sta rovinando la vita.
Il soggetto con disturbo di personalità di tipo narcisistico è caratterizzato da un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia. Si riscontra un senso di ipertrofia dell’autostima, il vanto di capacità speciali e di talenti, presunzione e senso di onnipotenza. Questi individui si credono superiori, unici, e si aspettano che gli altri li riconoscono come tali; ritengono che anche i loro bisogni e necessità siano speciali e al di fuori della comprensione delle persone ordinarie.
Mancano di empatia e hanno difficoltà a riconoscere i desideri, le esperienze soggettive e i sentimenti degli altri. Questi soggetti necessitano, data questa anomalia dell’autostima, di una costante ammirazione e attenzione. L’indifferenza o il rifiuto sono motivo di grande dolore. Gli altri sono vissuti come inferiori o persone ordinarie, quindi manifestano, come un loro diritto, trattamenti speciali e la soddisfazione delle proprie necessità da parte degli altri. Quando questo non accade, si scatena una reazione di sconcerto e rabbia.
Nel quotidiano queste persone immature ed egocentriche, hanno un comportamento manipolatorio e giocano con le emozioni degli altri per ottenere il raggiungimento di controllo e potere. Essi sanno cogliere il punto debole dell’altro e le sue fragilità per cui gli attacchi verbali e le manipolazioni sono insidiose e nascoste.
Essendo insensibili alle emozioni dell’altro, non si rendono conto della violenza psicologica e la sofferenza che esercitano  sulla partner, ma le loro aggressioni e rifiuti non sono motivati da mancanza di amore, bensì da un assoluto disinteresse dell’altro che non conta e non ha valore a meno che non sia utile. Il narcisista utilizza la propria partner, non per ricevere amore, di cui non conosce il significato, ma per ricevere costantemente attenzione ed ammirazione, per essere costantemente rassicurato nella  immagine idealizzata di se stesso, tanto da diventare quasi dipendenti da un partner che li valorizza.
Questo è il motivo per cui è tanto insopportabile che la partner li possa criticare, rifiutare o abbandonare. Per il soggetto disturbato si rende necessario evitare che la compagna arrivi a ribellarsi: è fondamentale dominarla, spogliarla della capacità di andarsene o di avere un atteggiamento critico, è necessario tenerla costantemente sotto controllo e sottomessa, praticamente trasformarla in un oggetto di loro possesso.
Le donne di questi soggetti così disturbati, non sono amate, sono usate, e sono intrappolate in un sistema da cui è per loro impossibile uscire. Nel momento, infatti, in cui manifestano insofferenza, rifiuto, oppure minacciano l’abbandono, provocano nel loro compagno una reazione di rabbia devastante che può trasformarsi in qualsiasi cosa, anche nell’annientamento totale dell’altra, quindi anche, nei casi più estremi nella sua morte.
Il destino delle donne, vittime di violenza, può però essere diverso. La violenza intrafamiliare non è una faccenda privata, è un problema diffuso che, quindi, riguarda l’intera comunità. E’ compito della nostra società, delle famiglie, dei tribunali, delle forze dell’ordine, delle associazioni di non abbandonare queste donne, ma di aiutarle a riconoscere i primi segnali di violenza, a denunciarli e a trovare in se stesse la forza di uscire da una situazione di abuso.
Per una donna vittima di una così feroce violenza non è facile reagire, ma, intanto, cominciare a capire perché si tollera un comportamento intollerabile, significa anche realizzare come venirne fuori.
* Psicologa e psicoterapeuta
http://www.loschermo.it/articoli/view/

Violenza di coppia: perché le donne non se ne vanno

13-12-2010 / SOCIETÀ / ILARIA PAOLI
LUCCA, 13 dicembre - Quante volte, leggendo la cronaca nera, si trova la storia di un delitto la cui trama è sempre la stessa: una donna uccisa in modo violento magari con decine di coltellate o con più colpi di pistola; la donna viene colta in casa o in mezzo ad una strada in pieno giorno sotto gli occhi di tutti; la donna è una donna qualsiasi, giovane o sulla cinquantina, casalinga o impiegata, bella oppure anonima; l’assassino è solitamente il compagno o l’ex compagno lasciato da poco tempo o anche da anni. Lui gira con un’arma in tasca, l’ha già minacciata varie volte e non ha mai smesso di tormentarla.
Oltre al turbamento per il delitto sorge immancabilmente la domanda del come e del perché sia potuto accadere un tale crimine e soprattutto perché non sia stato possibile evitarlo.
La tipologia del crimine appena descritto non avviene improvvisamente, esso rappresenta solo l’epilogo di un lungo processo di maltrattamento e abuso di cui invece si conosce molto poco. Si tratta del fenomeno della “violenza di coppia”.
Con questa formula si indica una modalità di relazione fondata sul controllo e sulla violenza sia psicologica che fisica. Su tale base esistono differenti metodi di aggressione in funzione del contesto e del profilo psicologico dell’aggressore.
Violenza psicologica (insieme di atteggiamenti e discorsi finalizzati a denigrare e rifiutare il modo di essere di un’altra persona) e violenza fisica sono legate : nessun uomo si mette a picchiare la compagna improvvisamente in una momentanea crisi di follia.
La maggior parte dei compagni violenti innescano un processo finalizzato al controllo e dominio della compagna sin dall’inizio della loro relazione, e seguono, come uno schema, una messa in atto di comportamenti e approcci che si ripete e si rafforza col tempo, fino ad arrivare ad ottenere la sottomissione, il totale annullamento della compagna, o nei casi più estremi, la sua morte.
Si comincia con il controllo su tutto, ossia dal modo di vestire, dai posti da frequentare e dal tipo di lavoro, per imporre poi un determinato modo di fare. Subentra in seguito l’isolamento dagli amici, dalla famiglia di origine, da qualsiasi vita sociale. La vita della donna deve ruotare essenzialmente intorno al compagno. Spesso capita che sia la donna stessa a rinchiudersi per evitare le continue pressioni psicologiche.
La gelosia diventa patologica con un sospetto continuo e con infondate attribuzioni di intenzioni. Al momento in cui la donna è allontanata dai suoi cari e soprattutto da chi è più critico verso un tale atteggiamento, iniziano le critiche avvilenti e le umiliazioni. La sistematica denigrazione, gli insulti, le intimidazioni, le minacce vanno a colpire l’autostima, il valore personale, vanno a creare una frattura gravissima nella identità della donna per cui finirà per fare proprio il disprezzo e non si sentirà più degna di essere amata.
La violenza fisica, invece il più delle volte interviene solo se la donna resiste alla violenza psicologica, ossia quando l’uomo non è riuscito a controllare a sufficienza una donna che mostra la sua indipendenza: quando reagisce alle offese, quando non rinuncia a incontrare i familiari o a cercarsi un lavoro, quando minaccia di andarsene.
Ma la domanda principale resta: perché certe donne sopportano tanto a lungo queste situazioni di violenza? Oppure, perché di fronte a chiari segni di violenza fisica sul corpo, negano l’aggressione, raccontano assurde menzogne su strane cadute e arrivano quindi a difendere il marito che le ha riempite di botte?
Nonostante alcuni psicoanalisti abbiamo parlato di donne che soffrono una forma sociale di masochismo per cui scelgono partner violenti perché provano una sensazione di piacere nel farsi picchiare, controllare e umiliare dal proprio uomo, la realtà è molto più complicata e rivela che all’interno di queste coppie le donne non rispecchiano nessun profilo psicologico particolare, e anzi, non vi è nessuna ricerca di una storia d’amore connotata dalla violenza. Forse a volte si può riscontrare nella età infantile una storia familiare ad alta conflittualità o di violenza agita dal padre ai danni della madre e dei figli, quindi in questi casi è corretto parlare di fattori di vulnerabilità, ma anche questo non è sufficiente a spiegare il fenomeno.
La risposta alla nostra domanda sta nel processo di plagio.
L’individuo potenzialmente violento è anche, per forza di cose, un abile manipolatore ed è in grado di scoprire nel partner il punto debole che consente l’”aggancio”, ossia l’innesco del processo di plagio. Il tutto comincia con una estrema seduzione, lui rappresenta il “principe azzurro”, rispecchia perfettamente i suoi sogni e i suoi istinti protettivi, si presenta come la vittima di una infanzia infelice o di un divorzio sfortunato. La seduzione è necessaria e dura fintanto che la relazione viene messa in piedi.
Con la convivenza o il matrimonio si innescano invece altri meccanismi: la seduzione, i comportamenti perfetti si alternano a momenti di microviolenza, che si manifesta, imprevedibilmente con serie di discorsi spregiativi, piccoli attacchi verbali.
Fino a che tale alternanza imprevedibile di micro aggressività verbale e gentilezza si mantiene come uno schema subdolo, la donna resta confusa, e lentamente affievolisce la resistenza e la capacità di reagire. Avverte disagio ma si dice che probabilmente sta esagerando e che la sua percezione di ciò che sta accadendo è errata, inizia a dubitare di ciò che prova. Il dominio e la estrema gelosia vengono interpretate come forme di amore.
A poco a poco queste donne perdono il loro spirito critico e cominciano ad “abituarsi”, e ad abbassare sempre più il loro limite del tollerabile. Altrettanto progressivamente, il compagno passerà da certi gesti o atteggiamenti non apertamente ostili a una violenza identificabile, e la donna che subisce continuerà a trovare tutto ciò sopportabile, gli attacchi saranno sempre più gravi e frequenti e la donna più insicura, isolata, distrutta nell’autostima, confusa, spaventata e sempre meno capace di prendere una decisione. Queste donne arrivano a vivere la violenza secondo un cammino lento e subdolo e a non averne la consapevolezza.
Nei casi in cui la donna invece pone resistenza o minaccia di volersene andare, la violenza verbale diventa fisica. Lentamente sottomessa e plagiata la donna è bloccata nel crescere e nel capire, è ridotta ad essere un oggetto senza una propria volontà, è incapace quindi di ribellarsi, condannare l’abuso che subisce e anzi arriva a proteggere il suo aggressore e ad assolverlo da qualunque violenza.
Come dice Leonard Shengold sui bambini vittime di abusi sessuali: “la loro anima diventa schiava dell’altro”.
* Psicologa e psicoterapeuta