martedì 18 giugno 2013


L'amor non dura se togli ogni lotta"

Naomi Campbell vista da David Lachapelle
17-06-2013 / RICERCA SCIENTIFICA / ILARIA PAOLI
LUCCA,17 giugno - ‘L’amor non dura se togli ogni lotta: bada che non ti ami in sicurezza e senza rivali, se togli la rivalità, l’amore non dura bene….’, (Ovidio, Amores, 23 a.c.). Come già sosteneva Ovidio molti secoli fa, l’amore è un sentimento caratterizzato da una natura fugace, per cui, con l’andare del tempo se non adeguatamente coltivato, può scemare e lasciare i partners nella piena disillusione.
Nel mondo occidentale si coltiva il sogno dell’amore eterno, per cui come succede nelle favole, si crede che per due persone che intraprendono un percorso insieme, il momento della formazione della coppia sia il punto di arrivo. Si crede, erroneamente, che quel colpo di fulmine che ha unito due persone, possa sigillare un patto di unione per sempre, e che quelle iniziali passionalità e affinità possano accompagnare la coppia in un eterno ‘... e vissero felici e contenti’.
Purtroppo la nostra realtà è ben lontana dallo scenario fiabesco e il matrimonio e la famiglia, sono, ormai, istituzioni prossime al fallimento. Infatti, delle coppie che arrivano all’altare, solo un terzo, circa, resiste, il restante o divorzia, o vive una relazione insoddisfacente, restando unita esclusivamente per motivi economici o psicologici.
Fino a qualche decennio fa, la famiglia era strutturata in modo molto diverso. Innanzitutto esisteva a una netta complementarietà di ruoli, in cui la donna era madre e casalinga, dedita completamente alla casa e alla cura dei figli, con limitata autonomia culturale ed economica, e inoltre il rapporto con i vincoli sociali e morali era ben diverso: si pensi che in Italia fino al 1974 non esisteva il divorzio e fino al 1981 era possibile l’assoluzione per delitto d’onore.
Esistevano dunque dei ‘fattori di stabilità’ per cui due persone all’altare potevano serenamente pronunciare le parole ‘finché morte non ci separi’.
Anche se non apparentemente, persino la monogamia, modalità di unione istituzionalizzata da millenni, è sempre meno diffusa rispetto alla poligamia. Si chiama ‘ poligamia in successione’, il fenomeno delle unioni che si susseguono nel tempo, reso possibile da separazione e divorzi, per cui si crea uno scenario di coppia a durata variabile e con presenza o meno di figli.
La ‘poligamia simultanea’, modalità di antica tradizione, caratterizzata dal tradimento del partner e quindi della presenza di più relazioni, per lo più extraconiugali, portate avanti contemporaneamente. Fenomeno che sta coinvolgendo anche le donne al pari degli uomini.
Queste due forme di poligamia, rendono il fenomeno, in percentuale, molto più diffuso della monogamia.
La crescente tendenza alla poligamia, o meglio al tradimento, porta, dunque, a riflettere sulla natura del patto di fedeltà.
La richiesta di fedeltà, ossia l’implicito desiderio di una relazione esclusiva e duratura col proprio partner, nasce principalmente dal bisogno innato di sicurezza, per cui si cerca nel partner un referente affettivo con cui condividere le difficoltà poste dalla vita, ma si scontra con un altro bisogno, altrettanto forte: quello della ricerca del piacere sessuale. Quest’ultimo si attiva e si rinforza attraverso lo stimolo erotico, sostenuto dal bisogno di scoperta ed esplorazione di situazioni intime nuove, persone diverse, emozioni e sensazioni mai vissute.
In quest’ottica, la fedeltà rischia spesso di diventare una prigione.
La coppia che condivide il valore della fedeltà si scontra quindi con l’impulso sessuale che, se non adeguatamente coltivato, fatica a mantenersi vivo e appagante nei confronti del proprio partner.
Questo problema non era contemplato per la coppia stabile del passato, in cui alla donna ‘per bene’, moglie e madre, era dato il ruolo di ‘angelo del focolare’ e come tale non le poteva essere concessa l’espressione del piacere sessuale. Una battuta dal film di Monicelli ‘I soliti Ignoti’ (1958), lo esprime molto bene: ‘Donna cuciniera prendila per mugliera, donna piccante pigliala per amante’.
Per quale motivo il matrimonio o la convivenza rappresentano spesso la tomba della passione e quindi, di conseguenza, anche dell’amore?
Facilmente si ricorre a dire che l’abitudine, i figli piccoli, il lavoro, lo stress e la fatica di ogni giorno logorano il desiderio, mentre purtroppo le ragioni sono molto più insidiose.
La coppia stabile nasce, oggi come ieri, per una buona parte dei casi, anche se non del tutto consapevolmente, dal bisogno di sicurezza. La presenza costante di un partner al nostro fianco assicura una sopravvivenza verso le difficoltà, le paure del proprio contesto, per cui la compagna o il compagno scelto deve possedere qualità riconoscibili in ogni momento come la affidabilità, la stabilità, la responsabilità, e, per dirla in una sola parola: una buona prevedibilità.
Sternberg ("A triangular theory of Love", 1986) sostiene che la stabilità della coppia è paragonabile ad un triangolo, per cui, affinché l’amore possa essere profondo e duraturo devono coesistere e in parti uguali, come i lati di un triangolo equilatero,  tre fattori fondamentali: l’intimità  (intesa come condivisione e affinità, complicità), la progettualità (decisione di amare qualcuno e l’impegno a portare avanti la relazione), la passione ( l’eros e il piacere sessuale). Impresa molto difficile ma non impossibile.
L’innamoramento, l’iniziale incontro, rappresenta solo l’ingresso di due persone nel giardino magico dell’amore che può diventare reale solo se coltivato (J. B. Verde,2005).  E come definisce Sternberg, esso deve essere coltivato bilanciando molto accuratamente gli ingredienti indispensabili. La passione, l’eros nello specifico, è un fiore che necessita cure molto particolari, prima fra tutte: l’arte della seduzione.
La seduzione, il condurre a sé, significa porsi di fronte all’altro come diverso e desiderabile, ed è proprio questo l’aspetto che viene a mancare quando la coppia si consolida e perdura, in quanto, essa invece va a concentrarsi proprio nel suo esatto opposto, nella prevedibilità.
Nella prevedibilità, nella messa al sicuro dell’oggetto d’amore con il matrimonio, come gettare acqua sul fuoco della passione, l’eros, resta spesso una dimensione secondaria, senza le opportune cure ed attenzioni. E il graduale risveglio dalla favola ha il suo inizio.
Come dire che al posto dei cosiddetti ‘fattori di stabilità’, vanno assicurati dei ‘fattori di felicità’, affinché l’amore e la coppia possano sopravvivere.
L’eros, può essere visto, dunque, non solo come componente iniziale di una relazione, ma come un cammino della coppia, fatto di una crescente intesa sessuale, di scoperte, di piaceri condivisi e di percorsi all’interno della fantasia di entrambi. È solo in questo modo che il naturale indebolirsi della passione iniziale, sbocciata con l’entusiasmo dell’innamoramento, può essere compensata dal legame del piacere, costruito all’interno di una vita sessuale appagante. Il piacere condiviso dovrebbe divenire, l’antidoto alla crisi, ossia, quel traguardo incantevole, raggiunto centinaia di volte, dove si torna sempre volentieri, e insieme.
Ilaria Paoli
http://www.loschermo.it/articoli/view/53653#.Ub9-NT791DY.facebook

lunedì 10 giugno 2013





Sessualità e sessuologia

amore_e_psiche
La sessualità è un termine che racchiude una dimensione molto più ricca di quello che la cultura più comune ha sempre definito. La sessualità può racchiudere e riflettere ciò che l’individuo è e percepisce di sé e del mondo. Riflettere non solo la personalità, ma anche il modo in cui esso si relaziona con se stesso e con gli altri.
La sessualità racchiude creatività, affetti, gioco, condivisione e anche il desiderio di dare alla luce un figlio. La sessualità, dunque, è un insieme complesso di molti fattori, di sensazioni, emozioni, sentimenti, rapporti tra persone, regole, confini, ma anche, di funzioni fondamentali, come quella ludica, relazionale e riproduttiva.Alternativamente, l’individuo sceglie a quale di queste funzioni dare la priorità.
Per funzione ludica s’intende tutte quelle sensazioni, emozioni e capacità che, a partire dalla prima infanzia, permettono al soggetto di scoprire ciò che piace e ciò che non piace e di esprimere bisogni e desideri. Il corpo diviene una fonte di piacere e mezzo d’incontro, con gli altri, strumento attraverso il quale si comunicano sensazioni e desideri.
La sessualità esprime una funzione relazionale: la relazione con se stessi, con la propria identità, con il corpo, tra i sessi. La relazione può essere un semplice riconoscimento nelle storie brevi e occasionali o può, partendo, dall’attrazione o lo scambio fisico fra due persone, muovere verso il desiderio di approfondire la conoscenza, i gusti, i valori, gli interessi. L’integrazione tra le diverse dimensioni quali, quella intrapsichica, relazionale, corporea e sessuale, rappresenta un obiettivo del processo di maturazione soggettivo e relazionale.
La terza funzione della sessualità è quella riproduttiva: essa esprime un progetto esistenziale, in cui entra insessogioco anche il desiderio di maternità e paternità. La sessuologia è, quindi, la scienza che studia la sessualità e ne riconosce le aree più significative in cui cimentarsi: l’identità sessuale, la funzione sessuale, e la relazione di coppia. Queste interagiscono tra loro. L’identità sessuale è ciò che comprende l’identità di genere, di ruolo, di meta o orientamento. La funzione sessuale è il termine che include il desiderio sessuale, l’eccitazione, l’orgasmo e la soddisfazione. La relazione di coppia raccoglie le dinamiche affettive, d’amore, passione, intimità, gli stili comunicativi, le dinamiche di potere e di controllo, il rapporto sessuale e la sua qualità, il tipo di relazione in base al genere (eterosessuale o omosessuale) dei partner.
La sessuologia attraverso l’indagine di queste dimensioni, focalizza il suo studio sulle disfunzioni della sessualità. Tracciando un continuum si possono descrivere le disfunzioni sessuali maschili e femminili partendo da un estremo in cui il disagio è espresso da una insoddisfazione (ossia in cui il soggetto vive una condizione di frustrazione di tipo emotivo o affettivo, ma comunque mantenendo una potenziale integrità della risposta fisiologica), o aggravandosi, da una disfunzione (con o senza modificazioni patologiche), fino ad arrivare alla patologia, che si complica anche nella dimensione biologica.
http://spazio-psicologia.com/2013/06/05/sessualita-e-sessuologia/

mercoledì 1 maggio 2013

'l'erotismo è sottile magia.E' un luogo indistinto tra spirito e sensi,in cui l'emozione si confonde con la tentazione.. ' Varone (1999)

lunedì 15 aprile 2013





http://spazio-psicologia.com/2013/04/10/magra-da-morire-lanoressia-nervosa/










Magra da Morire: l’Anoressia Nervosa

anoressia nervosaIl termine “Anorexia Nervosa” è stato utilizzato per la prima volta nel 1874 da uno dei più famosi chirurghi dell’epoca, l’inglese William Withey Gull per indicare la sindrome di dimagrimento auto-provocato. Ma in realtà, il primo caso di Anoressia Nervosa fu registrato dal medico inglese Richard Morton con la famosa descrizione di una duchessina diciottenne che si era ammalata nel luglio 1684 e che morì quattro mesi più tardi:
“ ebbe la totale scomparsa delle mestruazioni … cominciò a mancarle l’appetito… non ricordo di aver mai visto, in tutta la mia pratica, un essere vivente così emaciato dalla consunzione (come uno scheletro appena rivestito di pelle) eppure non v’era febbre, anzi al contrario una freddezza in tutto il corpo…”

Oggi l’Anoressia Nervosa è un disturbo purtroppo molto noto, infatti, esso rappresenta un grave e diffuso problema soprattutto tra le adolescenti.
Si calcola che solo in Italia su 100 ragazze tra i 12 e i 25 anni, 8 o 10 soffrono di un disturbo del comportamento alimentare e, di queste, almeno 1 o 2 presentano le forme più serie di anoressia o bulimia nervosa.

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV-TR, 2005) dell’American Psychiatric Association descrive questo disturbo con questi criteri diagnostici:

  1. Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura(per es. perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, oppure incapacità a raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza, con la conseguenza che il peso rimane al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto).
  2. Intensa paura di acquisire peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
  3. Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso.
  4. Nelle femmine dopo il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.

Sottotipi:
  • con abbuffate / condotte di eliminazione: nell’episodio attuale il soggetto ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).
  • con restrizioni: nell’episodio attuale il soggetto non ha presentato abbuffate o condotte di eliminazione.

Questo disturbo presenta moltissime difficoltà e problematiche particolarmente gravi.
Ha una lunga durata di malattia, si calcola, infatti, che nei casi più severi per ottenere una guarigione completa sono necessari dai cinque ai dieci anni.
Presenta il tasso di mortalità più alto tra tutti i disturbi psichiatrici (dal 3 al 18% dei casi).
Le azioni d’intervento per questa malattia sono molto complesse e non del tutto definite, sia da un punto di vista teorico e tecnico, che in termine di pianificazione di servizi. Sono, infatti, pochissimi in toscana i reparti o i centri di salute mentale dell’Azienda U.S.L. attrezzati ad accogliere questa problematica ed è recente la notizia che sarà aperto uno specifico centro residenziale di cura in Versilia, ma solo tra sei mesi.
Questo disturbo è considerato molto pericoloso, non solo per la sfera psicologica o per l’elevato rischio di mortalità, ma anche per le conseguenze di ordine medico che crea secondariamente e che a volte segnano la paziente per tutta la vita soprattutto se l’esordio della malattia è negli anni dello sviluppo.
Una scarsa crescita dell’ossatura sia in lunghezza che in robustezza, quindi, una statura inferiore o frequenti fratture ossee, sono le conseguenze della osteoporosi, originata dalla mancata assunzione di latticini e alimenti ricchi di calcio. Non solo, la malnutrizione, i comportamenti purgativi e il vomito autoindotto provocano altre gravissime complicanze mediche come: infezioni, alterazioni ormonali, squilibri elettrolitici, ipotermia e disidratazione, anemia, alterazioni immunitarie, insufficienza renale, diabete, ipotensione, aritmie, bradicardia, riduzione delle dimensioni del cuore, erosione esofagee, danno epatico e danno pancreatico.
A livello psicologico c’è un’elevata comorbilità (ossia coesistenza di due o più patologie) con altri disturbi psicopatologici, anche se a volte è difficile comprendere se questi sono già presenti o secondari, ossia conseguenti all’anoressia. Tra questi i più gravi sono la Depressione, i disturbi di Ansia, i comportamenti ossessivi e compulsivi, i disturbi della concentrazione e altri problemi cognitivi, i sintomi psicotici, l’isolamento sociale, l’irritabilità e infine i tentativi di suicidio e il suicidio.
Uno degli aspetti che rende tanto insidiosa questa malattia è che, la paura di ingrassare non si attenua con il dimagrimento, ma al contrario, paradossalmente, tende ad aumentare con la riduzione del peso. Frequentemente si presentano comportamenti patologici come l’esercizio fisico eccessivo, il confronto continuo con lo specchio, con la taglia dei vestiti e con la bilancia in particolar modo.
Col peggiorare del disturbo si manifesta una vera e propria ossessione per il cibo, che condiziona completamente la paziente. Essa, infatti, può collezionare ricette, passare ore a mangiare il cibo tagliato in pezzettini minuscoli, contare le calorie ingerite e quelle consumate, passare ore a cucinare ricette elaborate e raffinate. Una lunga serie di ritualità mentali e comportamentali che ruotano intorno al cibo, ma non alla propria nutrizione.
L’immagine corporea assume per queste pazienti la base sulla quale costruire i propri livelli di autostima, quindi la forma del corpo, il peso e la magrezza estrema sono obiettivi fondamentali: la perdita di peso è vissuta come una conquista straordinaria, ottenuta con una ferrea disciplina di cui essere fiere, mentre l’aumento di  peso, come un’inaccettabile perdita delle capacità di autocontrollo, quindi come un motivo di profonda delusione e insoddisfazione di sé.
Nell’Anoressia, il livello di autoaggressività è altissimo, ed è calcolabile dalla frequenza di suicidi, tentati suicidi, dal negare i livelli di emaciazione estrema, dai comportamenti compulsivi e dall’uso di rimedi estremi come uso eccessivo di lassativi, il vomito autoindotto, lo sforzo fisico estremo, il rifiuto ad alimentarsi.
Alcuni autori, a causa di queste caratteristiche, hanno definito, la stessa Anoressia Nervosa, un comportamento autolesivo (Van der Kolk, 1991).
Una caratteristica determinante è la negazione della malattia, intesa come difficoltà a riconoscere i sintomi come segni di un disturbo. La paziente, infatti, vive i comportamenti di restrizione alimentare, di controllo e le gravi conseguenze di queste sulla propria salute, non come una difficoltà o una malattia, ma come un tentativo di risolvere i propri problemi. E questo costituisce un motivo per cui le pazienti anoressiche non richiedono quasi mai un trattamento e se lo fanno su pressioni dei familiari, la loro motivazione al cambiamento è tipicamente molto scarsa.
Per una giovane con anoressia nervosa, il cibo è uno strumento per acquisire una fittizia sicurezza circa la propria forza di volontà e la capacità di autosufficienza di fronte al difficile mondo delle relazioni interpersonali. Il cibo è elemento integrante nella relazione di attaccamento e accudimento, ossia è la rappresentazione di un bisogno primario che per lungo tempo nella nostra vita non è stato possibile soddisfare da soli. Riuscire a fare a meno di questo bisogno, ossia, non assumere cibo, è per l’anoressica, la più grande dimostrazione di volontà, d’indipendenza e di autosufficienza nei confronti delle figure significative della propria vita. Insieme a questo, anche il controllo maniacale delle quantità e delle qualità rappresenta una modalità indispensabile per assicurarsi un senso di autonomia e indipendenza dai rapporti interpersonali.
Il trattamento dell’anoressia nervosa, essendo questo un disturbo molto complesso, richiede la strutturazione di un’équipe multiprofessionale composta, oltre che dallo psicoterapeuta, anche il medico curante, un nutrizionista e uno psichiatra per la eventuale terapia farmacologica. Quando lo stato della paziente è a un grave stato di malnutrizione, con relativi effetti sulla salute fisica, deve essere preso anche in considerazione un eventuale ricovero in reparto specialistico.
La cura delle complicanze mediche della malnutrizione deve essere considerato ad ogni passo della psicoterapia.
La cura degli aspetti medici e nutrizionali sono fondamentali, ma al fine di modificare il comportamento alimentare e la percezione che la paziente si è costruita di se stessa, è necessario un percorso psicoterapeutico focalizzato sull’acquisizione di una più profonda conoscenza di sé e dei propri aspetti emotivi e cognitivi. Una maggiore consapevolezza di sé consente, ad ogni individuo, innanzitutto, di riconoscere i propri meccanismi cognitivi ed affettivi disfunzionali e quindi facilita il cambiamento di questi, ma inoltre, favorisce, una migliore autonomia e autoefficacia, ossia, una integrazione dinamica delle capacità e delle conoscenze rispetto a se stessi e al rapporto con gli altri.